Parla il papà di Ferdi, Sahit Berisa: “Ferdi devi perdonarmi, non voglio i tuoi soldi”

Il papà di Ferdi del GF9 (Foto

Si chiama Sahit Berisa, ha 39 anni e vive in un campo nomadi del Centro Italia: è il papà di Ferdi, il vincitore dell’ultima edizione del Grande Fratello. Sul suo conto sono state dette tante cose, il figlio ha raccontato con amarezza la sua triste infanzia ma ora Sahit cerca un riavvicinamento, giurando: “non voglio i tuoi soldi”. A dare voce al papà di Ferdi è il settimanale “Di Più” che in una lunga intervista racconta la storia di Sahit e, di riflesso, dello stesso Ferdi.

Tutto è iniziato con la separazione in casa, tra i genitori del giovane rom: “Io e mia moglie non andavamo più d’accordo, litigavamo sempre. Io avevo le mie colpe, non ero un marito perfetto, un padre perfetto, non trovavo un lavoro stabile, continuavo a vendere stracci e a vivere alla giornata, a volte facevo tardi, esageravo con il bere. La vita a casa nostra era diventata impossibile, mia moglie aveva un altro e non mi voleva più. Lei al Gf, rivolgendosi a Ferdi, ha raccontato che la maltrattavo che ero io ad avere un’altra ma non è così. Non so perché mia moglie scarica tutte le colpe su di me, so che la verità è che ormai non potevamo più stare insieme…”


“Ricordo che me ne sono andato di casa dopo un brutto litigio. Mi sono trasferito da un mio parente e fin da quel momento il mio unico pensiero è stato il bene dei figli. A casa mia non ci potevo più tornare perché mia moglie mi cacciava, il suo nuovo uomo non mi faceva entrare, non mi facevano vedere i bambini. Se mi avvicinavo mia moglie urlava: “‘Ho una nuova vita, qua non c’è posto per te vattene!“. Ho provato a mettere a posto le cose, ma non ci sono riuscito. Mi tormentavo, sapevo di avere sbagliato anch’io: la mia vita disordinata, la mancanza di un lavoro, non mi avevano dato la possibilità di garantire alla mia famiglia la serenità, e la situazione era tracollata. Mi ero ritrovato da solo. E mi preoccupavo per Ferdi, perché senza un padre accanto qualcuno poteva metterlo fin da piccolo su una brutta strada, in una realtà come la nostra, di grande povertà. Tanti amici, tanti parenti, mi dicevano che Ferdi e sua sorella non erano sereni a casa con la mamma…”.

“Allora, mi sono detto che c’era un solo modo per risolvere il problema: portare via i figli da quella casa. Così ho organizzato tutto. In una valigia ho messo qualche vestito; sono andato di nascosto a prendere i bambini. Ho portato Elfa da mia mamma, in un paese vicino, e le io detto: “Mamma, crescila meglio che puoi: se viene mia moglie a cercarla, spiega che Elfia sta meglio con te”. Poi, sono andato via con Ferdi. Lui allora aveva 9 anni. Volevo andare in Italia con un gommone, assieme ad altri come me, come noi, perché tutti dicevano che in Italia c’era la ricchezza, che si poteva trovare la felicità. Tanti rom come me fanno così, anche questo fa parte della nostra storia, del nostro modo di vivere. Avevo organizzato il viaggio con persone che conoscevo. Mi è costato tre milioni, una cifra enorme. Avevo raccolto tutti quei soldi facendo debiti con alcuni miei parenti, avevo promesso che in Italia avrei trovato un lavoro e avrei restituito tutto. Ricordo solo che Ferdi, quando siamo saliti sul gommone, mi ha detto: “Papà, dove andiamo?”, e io gli ho risposto: “A cercare una vita migliore, figlio mio”.

Per sfamare mio figlio dovevo arrangiarmi con l’elemosina per le strade, ed ero costretto a portare Ferdi con me, non potevo lasciarlo solo. La notte dormivamo nei campi rom, il giorno lo passavamo agli angoli dei marciapiedi. Una vita dura, durissima. Alcuni come me, gente di strada che incontravo, avevano scelto una via più facile, piccoli espedienti, piccoli furti. Ma io non volevo farmi trascinare, per il bene del bambino, e continuavo ad andare avanti solo con l’elemosina. Di una cosa sono orgoglioso: in tutti quei mesi che ho passato con lui in Italia gli ho sempre dato un tetto sotto cui dormire. Non l’ho mai fatto dormire per strada. Se un giorno, con l’elemosina, riuscivo a raccogliere quaranta o cinquantamila lire, non lo portavo neanche al campo rom. Cercavo qualche pensione da poco per dargli un letto come si deve.

C’era la paura di essere fermati dalla polizia, noi clandestini senza un permesso di soggiorno. Infatti, quello che temevo è successo. Un giorno ci hanno fermato per strada. Hanno controllato i documenti e mi hanno portato via il mio bambino, perché hanno detto che non ero nelle condizioni di crescerlo. Sì, avevano ragione, ero e rimango un vagabondo senza fissa dimora, ma che cosa potevo fare? Ferdi piangeva: “Papà papà, stai con me”, mi diceva tra le lacrime. Non potevo fare niente per trattenerlo. È l’ultima volta che l’ho visto, ricordo i suoi occhi gonfi e il suo sguardo spaventato. Non mi hanno neanche voluto dire dove lo portavano. “Ecco, Sahit”, mi dicevo “hai sbagliato tutto”. “Hai perso tutto”, mi ripetevo. “Tuo figlio te l’hanno portato via, tua figlia non sai come sta, non hai più nessuno”. Ero disperato. Ricordo che ho preso un treno per raggiungere il campo rom dove ho gli amici più cari. Ma non ho dormito in roulotte. Ho dormito per una settimana sulla spiaggia, al freddo. Questo è successo dodici anni fa, nel 1997, quando Ferdi aveva 10 anni, dopo che eravamo stati insieme un anno in Italia. È allora che mi sono perduto”.

“Quando ho perso mio figlio, sono morto dentro e sono finito su strade sbagliate. Ho cominciato a rubare, ho ripreso a bere. Sono finito in carcere quattro volte, ho condiviso anche una cella con dodici persone e un solo bagno per tutti. A volte mi ha sfiorato il pensiero di farla finita, ma non ho avuto il coraggio perché, in fondo continuavo ad avere un obiettivo, ritrovare i miei figli, riabbracciarli. La mia era ed è una vita da fuggitivo, disgraziato. Ma non ho mai smesso di pensare a Ferdi. Chiedevo di lui ai parenti che vivono nei campi rom. Sì, perché tra noi ci si aiuta, se si può. Siamo tanti, sparsi ovunque. Una volta un cugino mi ha detto che forse Ferdi era a Cagliari mi sono precipitato là, in un istituto religioso. Ma non mi hanno neanche fatto entrare”.

“Dopo tante ricerche, tre o quattro anni fa, sono riuscito ad avere il suo numero di telefono tramite un nostro parente. L’ho chiamato con le mani che mi tremavano e gli occhi lucidi. Ma lui, mio figlio, è stato freddo, mi ha detto solo: “Papa, quando sarò pronto mi farò vivo“, e ha messo giù il telefono senza neanche dirmi dove era. Allora, sono stato male, ho pensato che ce l’aveva con me, che non mi perdonava la vita che gli aveva fatto fare, e chissà cos’altro.
Io cercato di capire, ho fatto tante telefonate, finché un parente che è rimasto in contatto con lui mi ha detto che Ferdi aveva saputo brutte cose sul mio conto e non voleva vedermi: pensava che l’avevo portato via con la forza da casa, diceva che l’avevo picchiato e che lo avevo costretto a rubare”.

“Mi trovavo nel campo rom della Romagna quando Davide, un mio amico, mi ha detto: “Sahit, credo proprio che tuo figlio sia in televisione“. Tutti là, infatti, sanno da anni la mia storia, sanno di Ferdi, del mio tormento. Non volevo crederci: mio figlio in televisione? Quando ho visto Ferdi, al Grande Fratello, ho fatto salti di gioia. Vedere che stava bene, che è bello, che è sano mi rendeva contentissimo. L’ho baciato sullo schermo, ho pianto. Per tre mesi ho guardato sempre Ferdi, attaccato alla televisione. Ho seguito tutto, mi sono emozionato, ho riso, ho pianto. Sono stati i tre mesi più belli della mia vita. Ho visto il messaggio della mamma, la mia ex moglie, mi accusava di averla maltrattata, e ho sofferto. Allora, ho contattato la redazione del Grande Fratello, ma mi hanno detto che Ferdi non voleva vedermi. Lo immaginavo, lui pensa che io sia stato cattivo con lui. Poi, ho rivisto mia figlia in televisione che parlava dalla Germania con Ferdi che era nella Casa. Anche lei non la vedevo da moltissimi anni, e ho pianto ancora. Poi, mi sono arrabbiato quando Gianluca, il concorrente di Napoli, ha accusato mio figlio di volere fare piangere con la sua storia e gli ha dato una spinta. Poi, sono stato contento quando Ferdi ha raccontato di essere cresciuto bene all’istituto Don Orione e con un’altra famiglia. Ho applaudito quando Ferdi ha baciato Francesca e ho festeggiato con i miei amici rom quando ha vinto. Così sono come rinato”.

Quando Ferdi è uscito, ho tirato nuovamente fuori il bìgliettino su cui anni prima avevo segnato il suo numero. Non sapevo se chiamarlo o no, ero combattuto. Ho deciso di chiamarlo dopo che a un giornale, il vostro Dipiù, Ferdi ha detto che poteva dimenticare il passato, e che poteva pensare di riabbracciare me, suo padre. L’ho chiamato con il cuore che mi batteva: “Figlio mio, sono tuo padre…“, gli ho detto. Ma lui, proprio come aveva fatto anni prima, mi ha interrotto e ha detto: ‘ Papà, mi farò vivo io quando sarò pronto, ora devo andare”. In quel momento, ricordo, sono crollato su una sedia, con gli occhi gonfi. Lo so, forse ho chiamato troppo presto, ma ho agito d’istinto, non potevo aspettare, Ferdi ha bisogno di tempo. Lo so, lui pensa ancora che io ho fatto del male, e non sarà facile fargli cambiare idea dopo tanti anni”

“Lo so, forse qualcuno, lui stesso pensa che adesso io mi sono fatto vivo perché è ricco e famoso. Ma non è così. Non ho mai avuto una casa. Vivo con i vestiti che trovo. E credo di avere pagato per gli errori che ho fatto. I guai e l’amarezza mi hanno consumato nel corpo e nella mente. Da quando ho perso mio figlio, non ho più avuto un obiettivo. Ho solo il pensiero fisso di rivedere lui e la sorella. Il Grande Fratello ha riportato la speranza, mi ha fatto ritrovare mio figlio. Il mio sogno è uno solo. Abbracciare, anche solo per un minuto, Ferdi e sua sorella, parlare con loro…”.

Leggo

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